Galileo Galilei: la lettera che gli costò l’accusa di eresia

Chissà qual è stata l’emozione di Salvatore Ricciardo, ricercatore dell’università di Bergamo, quando sfogliando carte e documenti della Royal Society di Londra, si è reso conto che d’avanti ai suoi occhi c’era proprio la lettera di 7 pagine che Galileo Galilei scrisse all’amico matematico Benedetto Castelli nel 1613.

Quella lettera, che si credeva perduta, in cui Galileo Galilei sosteneva, per la prima volta, la teoria sul movimento della terra attorno al sole. Tesi che sconvole la Chiesa e che contenva termini che mettevano in discussione gli Scritti Pubblici.

La terra, per i teologi vaticani, era fema, immobile e, l’inquisizione, ricevuta copia dello scritto di Galileo 2 anni dopo e, nonostante il tentativo dello scienziato di edulcorare la sua tesi senza rinnegarla, lo accusò di eresia condannadolo al confino nella sua villa di Arcetri.

Galileo Galilei

L’ammissione di errore della Chiesa

Sarà Giovanni Paolo II, il 31 ottobre del 1992, 359 anni dopo, a riconoscere ufficialmente gli errori commessi dalla Chiesa, d’avanti alla Sessione Plenaria della Pontifica Accademia delle Scienze.

Ritratto di Papa Giovanni Paolo II

La scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico” disse Giovanni Paolo II, “la cui conoscenza è affidata all’esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere: quella che ha la sua fonte nella rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sue sole forze.

La lettera di Galileo Galilei che gli costò l’accusa di eresia

 

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